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Pubblicata il 31/03/2017
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Il vecchio Crafter se ne va. E ne arriva un altro. La Volkswagen chiude la joint venture con Mercedes, che gli prestava le scocche dello Sprinter, e il furgone grande ora se lo fa da sola (cedendolo pure alla controllata MAN, che lo vende come TGE).

Il nome è rimasto, ma è tutta un’altra cosa. A cominciare dalla trazione, che nel caso del veicolo in prova è anteriore, ma potrebbe essere integrale, come pure posteriore più avanti nel completamento dell’offerta. Non bastasse, a farne un veicolo inedito ecco una scocca completamente rinnovata, che solo al primo sguardo mantiene le proporzioni del modello precedente. In realtà non un solo pannello è stato trascurato dal nuovo progetto, tant’è che i lamierati sono specifici per ogni versione: al variare del passo, e quindi della lunghezza, è solo il numero di giunzioni e saldature ad essere sempre lo stesso.

L’inedita forma a goccia - A riprova dell’originalità del Crafter, c’è la forma rastremata della carrozzeria. Si comincia col muso molto raccordato al parabrezza, grazie ai montanti inclinati esattamente come sulla “sorellina” Golf; si prosegue, poi, col vano più ampio appena dietro la cabina e leggermente sfuggente in coda: rispettivamente due e cinque centimetri in altezza e larghezza. Secondo Volkswagen ne guadagnerebbe l’aerodinamica, i nostri rilevamenti lo confermano, almeno a velocità costante. Anche il motore 2.0 TDI non è più il 4 cilindri di prima, bensì il nuovo EA288 in variante specifica per van. Lo si riconosce dall’intercooler, raffreddato ad acqua, montato direttamente sopra la testata. Tanto lo spazio non manca, e non solo in altezza, essendo il vano predisposto per l’alloggiamento longitudinale della stessa unità (sui modelli a trazione posteriore); stando a VW potrebbe accogliere finanche dei 6 cilindri in linea, molto in là da venire però. L’esclusività tecnica presto si confermerà nelle trasmissioni, oltre che nelle trazioni: in arrivo cambi automatici (con convertitore) a 8 marce per tutte le versioni, sebbene per ora ci si debba accontentare di una più che onorevole scatola manuale a 6 rapporti.

 

Si comincia da qui - Il furgone da 3500 kg di peso totale, passo e tetto medi, protagonista di queste pagine, è solo il primo mattone nella strategia commerciale di Volkswagen. Lo proviamo nella motorizzazione intermedia da 140 CV, più bilanciata rispetto alla base da 102 e meno esosa di quella da 177. Anche perché la tara, complice una dotazione quasi full optional e la presenza del gancio di traino, non è proprio contenuta, risultando persino superiore a quella di concorrenti a trazione posteriore come lo Sprinter 311 CDI testato il mese scorso. D’altro canto è un’ulteriore testimonianza di solidità del Crafter, la cui portata però non risulta così eccezionale; non stabilisce record neppure in volumetria, a dispetto della larghezza esterna cresciuta oltre i due metri, almeno rispetto ai modelli “tutto avanti”; più competitiva con quelli dalle ruote motrici posteriori. Probabile che l’adattabilità della medesima scocca ai diversi tipi di trazione abbia il suo peso. Di certo risponde alle necessità dei tedeschi di una base che dovrà andare molto avanti nel tempo, predisposta al più ampio numero di varianti possibili e immaginabili.

 

Dove contano i centimetri - Dell’allargamento della carrozzeria si è invece certamente giovata l’abitabilità, giacché la massima sezione trasversale si colloca esattamente all’altezza delle spalle degli occupanti. Dentro si traduce in una manciata di centimetri che, uniti alla linearità della plancia, giovano alla libertà di movimento. Solo chi guida, se sceglie il sedile con doppio bracciolo (inutile peraltro l’esterno, dato che si può appoggiare il braccio sulla porta), farà un po’ fatica a “pescare” la cintura di sicurezza. Fortunatamente non deve andare a cercare la manopola che inclina lo schienale, perché, al contrario della altre regolazioni, questa sta sul lato interno al sedile stesso. Ottima, comunque, l’impostazione del ponte di comando, con il volante che cade bene in mano ed è anche smussato in basso per favore la seduta in posizione. Ben messi pure i retrovisori, con il guscio esterno un filo ingombrante, ma non troppo estesi verso l’altro e con un efficace grandangolo inferiore: se non si opta per il Side Assist, permettono comunque d’inquadrare quasi sempre eventuali ostacoli sulla fiancata. A giudicare dai tempi rilevati, il 2.0 TDI è piuttosto sveglio: in accelerazione il merito è anche del cambio, con innesti secchi ma precisi e rapidi; in ripresa, invece, è tutta farina del suo sacco.

 

Due litri di sostanza - Il 4 cilindri si fa, in verità, un po’ sentire al salire dei giri, senza però diventare mai davvero fastidioso. Dei favorevoli consumi a velocità costante abbiamo già detto, peccato tendano a salire nel ciclo misto città-statale-autostrada, complice il peso e la sezione frontale comunque importanti. Non risente invece della stazza l’assetto, sempre abbastanza stabile e ben smorzato dalle sospensioni, con la prontezza e precisione di sterzo che aiutano a tenere a bada ogni situazione; nel caso si esagerasse, l’ESP è puntale e non invasivo. Da metabolizzare l’effetto attivo del servosterzo elettromeccanico, col volante che oppone una certa resistenza nei cambi di corsia non segnalati dall’indicatore di direzione, oppure che s’incarica di mantenere la traiettoria in maniera del tutto autonoma. Comunque il Crafter è impostato per un utilizzo responsabile: non conviene neppure abusare dell’ACC, dal momento che per riprendere la velocità impostata il sistema dà giù a tutto gas, quando invece sarebbe più economico un recupero progressivo. Contenuti gli spazi di frenata. 







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