GREEN PASS OBBLIGATORIO

Allarme delle associazioni, si rischia il fermo del trasporto merci

Pubblicata il 07/10/2021
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Il 15 ottobre scatta "l'ora X". A partire da questa data e, almeno fino al 31 dicembre, quando terminerà (salvo proroghe) lo stato di emergenza, il Green Pass, ossia la Certificazione verde Covid-19 che viene rilasciata al termine del ciclo vaccinale, sarà obbligatorio per accedere in tutti i luoghi di lavoro pubblici e privati dello Stivale. Lo prevede un decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 16 settembre scorso. Chi ne sarà sprovvisto, dunque, non potrà lavorare e, secondo le disposizioni, sarà sospeso dal servizio senza stipendio. I vettori sono tenuti a verificare il rispetto dell’obbligo e le verifiche delle certificazioni verdi devono avvenire secondo le indicazioni del Dpcm 17 giugno; la violazione delle disposizioni è sanzionata con una multa tra i 400 e i 1000 euro.

Tre problemi. Il provvedimento ha messo in allarme le associazioni di categoria dell'autotrasporto e della logistica, le quali pur approvando la misura, sostengono che rischi di bloccare l'intero settore. Che secondo Ruote Libere merita una deroga. Innanzitutto per i dubbi interpretativi relativi alla norma. Ma anche per almento altri tre problemi: "Il primo è legato al fatto che le aziende di trasporto sono aziende con le ruote e una normativa del genere creerebbe disparità incomprensibili al di qua o al di là della frontiera e a seconda della nazionalità dell’autotrasportatore", sottolinea Cinzia Franchini, portavoce dell'associazione. "Il secondo è legato alla difficoltà per gli imprenditori di reperire professionalità in grado di sostituire in fretta gli autisti non vaccinati, ancor più in un comparto, come quello del trasporto merci aggravato dalla già esistente carenza di autisti. E ancora, ogni azienda può davvero controllare il Green Pass di tutti gli autotrasportatori in entrata e uscita? Quanto graverebbe questo sul costo complessivo del trasporto?”. 

Omogenea applicazione. Anche Unatras, l'Unione dell'autotrasporto italiana, ha espresso parecchie preoccupazioni in merito, che ha riassunto in una lettera-appello inviata al Governo. "Ci preme sottolineare la necessità di garantire l'omogena applicazione della norma su tutto il territorio nazionale a chiunque assicurandone il rispetto agli operatori nazionali e a quelli stranieri", si legge nella missiva. "Condizione necessaria, questa, per scongiurare fenomeni di dumping e alterazione del mercato che favorirebbero i vettori esteri. I quali, in caso di corretta applicazione della legge, sarebbero di fatto esentati dall'obbligo. Siamo convinti - prosegue la lettera - che debba continuare il confronto avviato in tema di aggiornamento del Protocollo condiviso di regolamentazione per il contenimento della diffusione del Covid -19 nel settore del trasporto e della logistica, e riteniamo opportuno coniugare le disposizioni del Decreto del 21 settembre con le linee guida, promuovendone un aggiornamento".

Il nodo privacy. Unatras chiede anche un intervento sulla normativa in materia di privacy, "che a oggi limita in maniera determinante la possibilità per i datori di lavoro dell'autotrasporto di adempiere correttamente e nei tempi previsti agli obblighi di verifica. Riteniamo che l'impresa debba poter conoscere la validità del green pass dei suoi dipendenti, in modo da agevolare la programmazione di lavori, sostituzioni, trasferte, compatibili con gli obblighi di sicurezza, e poter individuare più agevolmente le modalità operative per l'organizzazione delle verifiche, anche a campione, che sono demandate ai datori di lavoro a partire dal 15 ottobre", conclude Unatras.

Vaccini "stranieri". Intanto il governo tenta di fare chiarezza sulle regole che riguardano i camionisti stranieri. Lo ha fatto pubblicando l'elenco di vaccini somministrati all'estero, che risultano validi per l'ottenimento del certificato Green Pass. In una circolare, il ministero della Salute riconosce equivalenti a quelli effettuati previsti sul territorio italiano, una serie di vaccini somministrati dalle competenti autorità estere. In particolare, quelli per cui il titolare dell’autorizzazione all’immissione in commercio è lo stesso dell’Unione europea (Pfizer BioNTech, Moderna, Janssen e AstraZeneca); quelli prodotti su licenza di AstraZeneca, quali Covishield (Serum Institute of India),R -CoVI (R-Pharm), Covid-19 vaccine-recombinant (Fiocruz). Queste certificazioni devono però contenere una serie di informazioni (dati identificativi del titolare, del vaccino e dell’Autorità che ha rilasciato la certificazione) ed essere redatte almeno in una delle seguenti lingue: italiano, inglese, spagnolo, francese e tedesco, altrimenti è necessario che la certificazione sia accompagnata da una traduzione giurata.

Redazione online











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