CNH INDUSTRIAL

Stop alle trattative con FAW
per la vendita di Iveco

Pubblicata il 19/04/2021
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Fine di un (quasi) matrimonio annunciato. Con un laconico comunicato CNH Industrial ha annunciato al mondo la sospensione delle trattative con la FAW per la cessione della controllata Iveco. Il gruppo cinese ricordiamo che in patria è tra principali costruttori di camion per volumi di vendita attraverso il marchio Jefang ed è attivo anche nel settore auto attraverso alleanze consolidate con i brand Volkswagen, Toyota e Mazda.

La nota ufficiale. "Cnh Industrial conferma di aver terminato le discussioni con Faw Jiefang per quanto riguarda il business On-Highway della società", si legge nella nota, "e sta proseguendo i suoi piani per uno spinoff di queste attività all'inizio del 2022. Cnh Industrial ritiene che ci siano significative opportunità per sviluppare il suo business On-Highway accelerando la diffusione di soluzioni e infrastrutture di trasporto sempre più sostenibili, in linea con le ambizioni del Green Deal dell'UE".

Offerta insufficiente. Termina così sul nascere la collaborazione tra le due realtà che, in verità, era già partita in modo piuttosto zoppicante, con trattative condotte in gran segreto, seccate chiusure e repentine riaperture. Il tutto condito dagli immancabili rumors che alimentavano la suspence. Considerando il tono delle comunicazioni ufficiali è lecito attendersi che questa volta si tratti di una decisione definitiva. CNH non ha fornito dettagli circa i motivi che l'hanno spinta a mettere fine all'accordo anche se sembra plausibile che la principale causa sia di natura economica. Parrebbe, infatti, che l'azienda italo-americana abbia rigettato la proposta della FAW: secondo indiscrezioni, si sarebbe avvicinata attorno ai 3,5 miliardi di euro superando quindi di poco la prima offerta di 3 miliardi, avanzata l’anno scorso e già rifiutata in quanto ritenuta non adeguata al valore del brand.

L'opposizione del governo. Pur rimanendo nel campo delle ipotesi, sembra fondato che anche la politica - come spesso accade - abbia giocato un ruolo cruciale in questa partita. E gli eventi che si sono susseguiti negli ultimi mesi confermerebbero queta tesi. I primi di marzo il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, aveva dichiarato che in caso di vendita di Iveco alla Faw, il governo avrebbe esercitato il golden power, previsto per le operazioni su asset di interesse nazionale, ponendo di fatto un veto alla cessione. Anche il premier Mario Draghi aveva espressamente ricordato la necessità di aumentare la protezione pubblica sulle attività italiane e secondo voci vicine a Palazzo Chigi avrebbe addirittura incontrato in via informale John Elkann, AD di Exor, honding della famiglia Agnelli azionista di CNH. A mettere il carico da novanta ci aveva pensato il leader della Lega, Matteo Salvini, che in un tweet aveva definito il possibile passaggio di mano una "disgrazia" incitando lo stato italiano a fare tutto il possibile per evitare l'operazione. In seguito alla comunicazione della rottura con la FAW, lo stesso Giorgetti ha dichiarato: "Accogliamo con favore e valutiamo positivamente la notizia del mancato perfezionamento della trattativa”, confermando che il “governo italiano ha seguito con attenzione e attiva discrezione tutta la vicenda perché ritiene la produzione di mezzi pesanti su gomma di interesse strategico nazionale”. 

Strategie e geopolitica. Ma dietro alla decisione potrebbero celarsi anche questioni strategiche e di geopolitica. La vendita avrebbe infatti interessato anche la produzione di veicoli militari della divisione Iveco Defence che rifornisce con i propri mezzi l'esercito tedesco, ma soprattutto quello statunitense. E su questo punto ci sarebbero state molte perplessità da parte di CNH Industrial, probabilmente, anche in seguito a pressioni da parte del Pentagono e della Casa Bianca, che tutto avrebbe voluto tranne che fossero i cinesi a mettere le mani sulla fornitura dei loro mezzi. Rientra in questo quadro di incompatibilità geopolitica anche il costruttore statunitense di mezzi elettrici Nikola (di cui Iveco aveva rilevato il 7,11% del capitale) con il quale il marchio italiano ha sviluppato il Nikola Tre, (il primo prototipo è già in fase di collaudo) mezzo pesante a batterie progettato sulla stessa piattaforma dell'Iveco S-Way che sarà seguito nel 2023 da una variante a fuel cell.

Indietro tutta. A questo punto, fermate le bocce, soddisfazione è stata espressa anche dai sindacati, che comunque chiedono certezze e una verifica del piano di investimenti siglato nel marzo 2020, mentre "il Mise è pronto a sedersi al tavolo per intervenire per tutelare e mantenere questa produzione in Italia", assicura Giorgetti. CNH Industrial nella sua stessa nota esprime la chiara intenzione tornare sui suoi passi e riprendere il progetto iniziale dello scorporo annunciato nel 2019, che vedrebbe la società scissa in due distinte realtà, una dedicata ai veicoli commerciali, sotto la quale dovrebbero confluire Iveco e Ftp (il marchio del gruppo che produce motori, assali e trasmissioni), e l'altra, dedicata ai segmenti agricoltura, costruzioni e veicoli speciali.

Gli stabilimenti. Attualmente Iveco impiega in Italia oltre ottomila addetti suddivisi tra gli stabilimenti di Suzzara (MN), dove si produce il Daily, di Brescia dove si assembla il medio Eurocargo, di Piacenza, per i veicoli da cava a marchio Astra, di Bolzano per i mezzi militari e Foggia dove si costruiscono i motori di Fpt Industrial. Oltre a Torino, dove hanno sede direzione, progettazione e design. In totale sono ventiquattro le fabbriche del gruppo sparse in undici Paesi e contano complessivamente circa 25 mila dipendenti. 

Roberto Barone











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